Lavoro e maternità
Una donna deve davvero scegliere tra realizzazione professionale e figli? La maternità non può diventare una penalizzazione.
Piemonte · Futuro Nazionale
Mi chiamo Elena Tamagnone. Sono nata e vivo a Torino, ho due figlie e da trent'anni lavoro nelle assicurazioni, a fianco di famiglie, professionisti e imprese. A un certo punto ho sentito che non mi bastava più osservare: era il momento di agire concretamente.
Chi sono
Ho sempre pensato che nella vita le cose vadano costruite. Non aspettate. Non delegate. Costruite. Con studio, lavoro, responsabilità, entusiasmo, errori, ostinazione e anche un po' di coraggio.
È così che ho costruito la mia vita: una famiglia, un lavoro, relazioni, esperienze, una professionalità, una mia idea del mondo.
E oggi, dopo trent'anni passati nell'agenzia di assicurazioni di famiglia, ad ascoltare persone, ad affrontare problemi e a cercare soluzioni, mi accorgo che c'è una cosa che non riesco più a fare: stare a guardare quando penso che qualcosa potrebbe essere fatto meglio. È probabilmente questa la caratteristica che più mi rappresenta.
Sono una persona preparata e determinata. Mi piace capire prima di parlare, confrontarmi, ascoltare punti di vista diversi. Ma quando arrivo alla convinzione che una cosa sia giusta, divento difficile da fermare.
Sono diplomatica, ma non arrendevole. Mi piace trovare soluzioni, non semplicemente individuare problemi.
E sono entusiasta. Quando qualcosa mi appassiona ci entro dentro completamente: mi informo, studio, mi confronto, mi coinvolgo. E spesso finisco per coinvolgere anche chi mi sta intorno.
Con gli anni sono diventata anche meno conciliante. Faccio fatica ad accettare l'incompetenza, la superficialità, la mancanza di rispetto, le ingiustizie e soprattutto le opportunità sprecate. Non perché pensi che tutto sia facile. So quanto costa costruire qualcosa che funzioni. Lo so per esperienza.
Da circa trent'anni lavoro nell'agenzia di assicurazioni fondata da mio padre quasi sessant'anni fa, che oggi gestisco insieme ai miei fratelli.
Il mio lavoro è soprattutto fatto di persone: clienti, professionisti, imprese e realtà molto diverse tra loro, in tutta Italia. Ne ho incontrate migliaia, e dietro ogni categoria, ogni professione e ogni numero ci sono storie, difficoltà, capacità e desideri diversi.
Ho imparato che dietro ogni problema c'è una persona che si aspetta di essere ascoltata, e che spesso non cerca qualcuno che le dica che cosa non va, ma qualcuno che provi a trovare una soluzione.
Questo lavoro mi ha insegnato a capire rapidamente le situazioni, a trattare con persone diverse, a mediare quando serve e a battermi quando credo che una cosa sia giusta.
“Il mio lavoro mi ha insegnato soprattutto una cosa: la fiducia non si pretende. Si conquista.”
Il mio sguardo
Ho studiato Lingue e Letterature straniere, mi sono laureata con il massimo dei voti e parlo francese a livello madrelingua, oltre all'inglese e allo spagnolo.
Amo viaggiare e conoscere culture diverse. Mi considero una cittadina del mondo.
Ma non credo che avere uno sguardo internazionale significhi rinunciare alle proprie radici. Al contrario: credo che conoscere il mondo renda ancora più consapevoli del valore della propria identità, della propria storia e delle proprie tradizioni.
E credo che questo valga anche per l'Italia.
Vorrei un Paese capace di stare in Europa e nel mondo senza complessi, ma anche senza dimenticare chi è. Un Paese sicuro, efficiente, capace di creare opportunità.
Un Paese nel quale una ragazza o un ragazzo possano scegliere di restare non perché non hanno alternative, ma perché qui trovano le condizioni per realizzare le proprie ambizioni.
Un Paese nel quale studiare, lavorare, fare impresa, costruire una famiglia e progettare il proprio futuro torni ad essere una possibilità concreta.
Un Paese nel quale restare sia una scelta, non una rinuncia.
Perché faccio politica
Per molti anni ho osservato, ascoltato, discusso ed espresso le mie opinioni. Poi è arrivato un momento in cui ho sentito che non bastava più.
Quando hai passato una vita a costruire, a lavorare e ad assumerti responsabilità, forse diventa più difficile accettare semplicemente che le cose vadano come vanno.
A un certo punto devi decidere se continuare a commentare o provare a fare la tua parte. Io ho scelto la seconda strada.
Non penso di avere tutte le risposte. Penso però di avere esperienza, preparazione, curiosità e determinazione per cercarle. E ho ancora una cosa che considero fondamentale: entusiasmo.
A 58 anni non mi sento arrivata. Ho ancora voglia di imparare, di conoscere, di confrontarmi, di costruire e, quando serve, di combattere.
Ho scelto Futuro Nazionale perché ho ritrovato nell'idea di riappropriarsi di un senso di integrità, dignità e coraggio di proclamarsi italiani qualcosa che sento profondamente. Credo nell'orgoglio di essere italiani, in Italia e in Europa.
Referente Regione Piemonte Area Donne · Futuro Nazionale
Ho due figlie. E forse è anche attraverso di loro che guardo al futuro.
Vorrei che avessero la sicurezza di sapere chi sono e quanto valgono. Vorrei che fossero preparate, strutturate, libere di scegliere e capaci di costruirsi la propria indipendenza, anche economica.
Non perché una donna debba dimostrare qualcosa a qualcuno. Ma perché l'autonomia è una delle forme più concrete di libertà: è poter scegliere la propria strada senza dover dipendere dalle decisioni di qualcun altro.
E libertà significa anche sentirsi sicure. Vorrei che le mie figlie potessero uscire di casa a qualunque ora, andare al lavoro, tornare da sole, prendere un mezzo pubblico, attraversare una strada o rientrare la sera senza dover calcolare il rischio, senza dover chiedere a qualcuno di accompagnarle.
Vorrei che la sicurezza non fosse un privilegio, ma una condizione normale della vita quotidiana.
Questo è ciò che ho cercato di insegnare loro con l'esempio, più che con le parole: la consapevolezza del proprio valore, la capacità di essere autonome e il diritto di vivere liberamente.
È una delle ragioni per cui mi sono avvicinata a Futuro Nazionale e per cui oggi seguo l'area tematica Donne. Perché quando si parla di donne, famiglia, natalità, scuola, sicurezza, giovani, formazione e lavoro, in realtà si sta parlando della stessa cosa: del Paese che vogliamo essere e del futuro che vogliamo costruire.
I temi della mia delega
Il filo che li tiene insieme è la libertà: di scegliere, di lavorare, di costruire una famiglia, di tornare a casa sicure. Partono tutti da domande concrete.
Una donna deve davvero scegliere tra realizzazione professionale e figli? La maternità non può diventare una penalizzazione.
Perché in Italia fare un figlio è diventato così difficile? Casa, lavoro, asili, precarietà: il problema non è solo economico.
Una donna deve sentirsi sicura tornando a casa. Fermate, stazioni, parcheggi, illuminazione, mezzi pubblici: la sicurezza urbana è anche una questione femminile.
Prevenire prima che sia troppo tardi. Riconoscere i segnali, sapere a chi chiedere aiuto, avere l'indipendenza economica per andarsene.
La scuola come primo strumento di opportunità, e un Paese in cui ai giovani non serva più cercare altrove “l'America”.
Valorizzare le competenze delle donne nel lavoro e nei ruoli di responsabilità, senza slogan e senza sconti.
La mia città
Torino è la mia città. E forse proprio perché la conosco e la amo, faccio fatica a rassegnarmi a vederla meno di quello che potrebbe essere.
Torino ha storia, cultura, eleganza, tradizioni, università, industria, creatività e un potenziale turistico enorme. Eppure troppo spesso la vedo trascurata, meno sicura, più difficile da vivere, con una viabilità sempre più complicata, attività storiche che chiudono, quartieri che perdono vitalità e persone che sembrano avere smesso di aspettarsi qualcosa di meglio.
Ed è una cosa che mi fa arrabbiare. Perché non credo che il declino sia un destino.
Credo che Torino abbia bisogno di tornare ad avere ambizione. Di ricordarsi quanto vale. E di trovare il coraggio di trasformare le proprie potenzialità in risultati.
Nella vita ho avuto la fortuna di costruire molto. Ma credo che a un certo punto venga naturale chiedersi non soltanto che cosa ho costruito per me, ma anche che cosa posso ancora costruire per gli altri. È questa la domanda che oggi mi accompagna. E forse è proprio da qui che comincia il futuro.
Perché il futuro non è qualcosa che dobbiamo semplicemente aspettare. Il futuro deve essere qui.
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